Torino. Con i soldi del progetto “La città possibile”, costato 5 milioni di euro e presentato come un «patto di emersione», hanno solo fatto finta di tornare nei loro paesi d’origine. Qualcuno, è bene dirlo, ha abbandonato davvero le sponde dello Stura, sottoscrivendo il patto in cambio di un incentivo, mentre altri hanno deciso di accettare quella condizioni finendo, però, per spostarsi di pochi metri, prendendo casa tra gli orti urbani degli ex operai Fiat di lungo Stura Lazio.
Davanti al piazzale dell’Iveco c’è una doppia stradina, una specie di labirinto che si snoda tra il vecchio campo rom e l’automercato e che si estende per un paio di chilometri. Sentieri che i più percorrono a piedi, anche se qualcuno – specie i più anziani – non disdegna di usare l’auto. Da qualche mese, però, i gestori dei terreni non sono più soli. Con loro è arrivata qualche famiglia che ha deciso di costruirsi casa proprio in mezzo alla boscaglia. Armandosi di legna, lamiere e quel che passa il convento hanno innalzato veri e propri tuguri, sufficienti per dare asilo a qualche nucleo.
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